Cosa ti attrae delle distanze estreme?
Non lo so, davvero. Mi piace molto vedere fino a dove posso spingermi. Quando si percorrono distanze più lunghe, contano di più l’avventura e le persone che incontri. L’ho scoperto con il trail running: quando partecipo a gare di 100 km, finisco per parlare con gli altri concorrenti. Quella distanza sembra avvicinare le persone.
Puoi descrivere le diverse fasi di un’ultramaratona? Le sensazioni fisiche saranno differenti nei vari momenti della corsa.
Nella 100 km, la mia mente gioca brutti scherzi. L’inizio è sempre fantastico e, dopo i primi momenti di nervosismo, entro nel flusso e riesco a godermela per circa 50 km. Arriva sempre un punto critico, però. Non penso mai di voler abbandonare la gara, ma inizio a fare pensieri strani, come: “E se mi infortunassi alla gamba? Forse dovrei fermarmi”. Mi arrovello con questi pensieri, cercando una scusa per fermarmi alla zona di rifornimento successiva. Alla fine, mi rendo conto che quei momenti difficili passano sempre. Non sono riuscita a portare a termine la prima ultramaratona a cui ho partecipato, proprio perché non avevo ancora capito l’importanza di lasciar andare quei brutti pensieri.
Il running ha davvero preso piede di recente, coinvolgendo molte persone giovani. Secondo te, qual è la ragione di questo interesse per le lunghe distanze?
Una delle ragioni è il forte senso di comunità. Molti giovani oggi non escono la sera, non vanno a far festa: vogliono mantenere uno stile di vita sano e la corsa rientra in questa scelta. La pandemia ha spinto le persone a esplorare il mondo del fitness all’aria aperta. C’è anche un reale desiderio di avventura, che la corsa riesce a soddisfare: correre permette di raggiungere posti in cui altrimenti non andresti.